Parliamoci chiaro.

Fare l’imprenditore non è solo un mestiere, ma per tanti di noi una vera e propria missione.

Una missione che – purtroppo – rischia di diventare suicida, se non hai a tua disposizione le conoscenze e gli strumenti giusti.

Soprattutto in Italia.

I dati ISTAT mostrano infatti come – ancora oggi – l’80% delle aziende non supera il quinto anno di vita – e questo trend non accenna minimamente a diminuire.

Non solo.

Più del 90% delle aziende che sopravvivono al quinto anno di vita, rimangono PMI perché non hanno le conoscenze, le competenze, gli strumenti per far crescere la loro azienda in modo sano, equilibrato, sostenibile, duraturo.

Come ripeto spesso, questo è un problema tutto italiano.

Certo, c’è un sistema burocratico al limite della follia, un carico fiscale che prosciuga le casse aziendali appena cominci a fare qualche soldo, un ambiente politico, economico e sociale, che vede gli imprenditori più come sporchi capitalisti che come promotori della ricchezza di un paese.

Tutte cose giuste, ma a cui si può rimediare.

Ciò a cui non si può rimediare, invece, e’…

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L’assoluta mancanza di mentalità imprenditoriale

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Sarebbe facile cercare dei colpevoli.

Purtroppo, non ce ne sono.

Semplicemente in Italia si fa ancora impresa come si faceva decenni fa…
E questa è pura follia, perché in pochissimo tempo il mondo è cambiato, il modo di comunicare è cambiato, il contesto economico e sociale è cambiato.

Tutto è cambiato.

Ma non il modo comune di fare impresa.

Per farti un paragone, è come se tu fossi su una vecchia 500, e volessi fare a gara (sperando di vincere!) con chi siede su una Ferrari ultimo modello.

Lo capisci che è follia?

A questo, aggiungi il fatto che viviamo in tempi bui.

Viviamo in un nuovo medioevo.

Chi ha studiato, chi sa come stanno le cose, chi ha messo le mani in azienda e sa che non è facile (altro che ricette miracolose!), i pochi che si rimboccano le maniche e cercano di cambiare le cose…

Beh, quasi si devono vergognare, oggetto di scherno, invidie, parassitismo.

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In questo decadentismo imprenditoriale, drammatico in tutta la sua gravità, dominano i guru, i santoni, i laureati all’università della vita.

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Quelli che hanno capito che per darti l’illusione di un minimo di sollievo ti vendono la pozione miracolosa, quella che quasi per incanto risolve tutti i tuoi problemi, tutti i tuoi affanni, tutte le tue preoccupazioni.

Basta aprire i social, e vedere gente che ha frequentato qualche corsetto da quattro soldi, o aperto qualche libro, personaggi non si sa quale trascorso professionale e imprenditoriale vantino, ma che senza alcuna vergogna si mettono a cianciare di fanta-business.

Quello che questa gente non sa, è che mettere le mani in un’azienda significa alternarne i delicatissimi equilibri.

Un’azienda infatti è un puzzle nel quale si intrecciano diverse aree aziendali, e qualsiasi azioni tu decida di intraprendere avrà necessariamente ripercussioni anche sulle altre.

Mi spiego meglio, con un esempio.

Molti imprenditori sono convinti che aumentare il numero di clienti sia la soluzione a tutti i loro problemi.

E forse anche tu hai pensato, almeno una volta:

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“se solo avessi più clienti, la mia azienda sarebbe sana e salva e non avrei più tutte queste preoccupazioni…”.

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Certo, posso capire che possa sembrare una soluzione ragionevole.

In fondo…

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Spingo con il marketing, aumento il numero di clienti e di conseguenza aumenta il fatturato.
E aumentare il fatturato, significa incassare di più, e quindi guadagnare di più!

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Ehm… no. Non necessariamente.

Mi spiace fare la cattiva della situazione, ma almeno qualcuno, in questo mondo fatato, ti deve dire come stanno le cose.

Aumentare il numero di clienti e quindi il fatturato, non comporta necessariamente avere un’azienda più sana, o più florida.

E per spiegarmi meglio, prenderò a prestito un caso celebre.

Il caso di Arnold Cafè.

COSA PUOI IMPARARE DAL FALLIMENTO IMPRENDITORIALE DI ARNOLD CAFE’.

Prima di continuare la lettura voglio che ti siano assolutamente chiare un paio di premesse importanti.

Non conosco Alfio Bardolla.

Quindi – lo puntualizzo laddove ci fosse qualche analfacapra all’ascolto – questo articolo non è contro di lui, i suoi libri, la sua attività di formatore, i suoi business (che, come appena detto, non conosco, e che quindi mi astengo dal giudicare).

Anzi, l’iniziativa di Alfio Bardolla, come quella di qualsiasi altro imprenditore che intraveda un’idea imprenditoriale originale e profittevole, merita apprezzamento.

Apprezzo particolarmente le persone che si rimboccano le maniche, sbagliano, e imparano.

Provo al contrario il massimo disprezzo per le persone che – nella loro profonda mediocrità – preferiscono stare a guardare e giudicare chi invece ci prova, anche se magari sbaglia.

Sono infatti le idee imprenditoriali a fallire, non le persone.

Ho scritto questo articolo – quindi – perché penso che la disavventura di Arnold cafè possa insegnarti qualcosa di importante anche nella gestione della tua azienda.

Ma torniamo al punto. Dove eravamo rimasti? Ah si…

Una delle più diffuse pippe mentali dell’imprenditore medio è:

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Aumento il numero di clienti, aumenta il fatturato, aumenta il guadagno, aumenta il saldo del conto corrente in banca, e io ho risolto i miei problemi.

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Aaaaaaahhhhhhh!!!! Risposta sbagliata!

Aumentare il numero di clienti comporta necessariamente un aumento della capacità produttiva della tua azienda, che a questo punto potrebbe anche collassare.

E mi spiego meglio.

I maggiori clienti che hai acquisito, devi essere in grado di soddisfarli come quelli storici, e naturalmente al meglio.

E soddisfarli al meglio, potrebbe comportare il fatto di fare più investimenti, assumere più personale, incasinare l’organizzazione interna della tua azienda, aumentare le esigenze di finanziamento, aumentare i rischi aziendali.

Insomma, una situazione da gestire con la massima attenzione possibile.

Torniamo al caso di Arnold Cafè.

Arnold Cafè è stata lanciata da Alfio Bardolla nel 2009, e in 10 anni ha aperto ben sette locali (4 a Milano, 2 a Firenze e 1 a Roma).

Ma evidentemente è cresciuta troppo velocemente, senza prima ottimizzare l’organizzazione aziendale, le procedure interne, i requisiti di recruitment.

O detta in parole spicce, a leggere le recensioni, sembra proprio che il personale NON fosse stato formato adeguatamente…

Leggi tu stesso.

Come è potuto accadere?

Arnold Cafè è un business in franchising: probabilmente è stato sviluppato molto bene il marketing, le PR, ma a quanto pare non le procedure interne, che sono il requisito minimo per garantire sempre un livello di servizio eccellente, a prescindere dal punto vendita.

La funzione marketing in un ‘azienda è senz’altro importante: ma, allo stesso tempo, deve essere sincronizzata con altre e allo stesso modo importanti funzioni aziendali.

Arnold cafè sembra essersi accartocciata su sé stessa proprio per questo motivo: la società – appesantita da ben mezzo milione di Euro di perdite e oltre quattro milioni di debiti da saldare – è stata ammessa al concordato preventivo nell’aprile 2019.

Ti ho parlato di Arnold Cafè perché una delle domande che più spesso mi rivolgono gli imprenditori miei clienti è proprio questa:

“Assù, ma quindi… come si fa a capire quando
è il momento di scalare un business?”

Come la storia di Arnold cafè insegna, solo quando un modello di business è solido e tutte le funzioni aziendali sono ottimizzate e pronte per la crescita.

Il marketing, la struttura interna, la relazione con i fornitori, l’assetto societario… tutto deve essere perfettamente sincronizzato e funzionante.

E come si misura l’efficienza delle funzioni aziendali?
Semplice. Con i numeri.

Sono i numeri di un’azienda, espressi nel suo bilancio e nei suoi KPI, gli unici a indicare inequivocabilmente se tutte le funzioni aziendali sono ottimizzate.

Con i numeri davanti, le chiacchiere stanno a zero.

Se stai cercando un professionista che ti aiuti a comprendere in modo consapevole i numeri della tua azienda, contattami per una consulenza personalizzata qui.

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2 Replies to “L’ OSSESSIONE per il fatturato
ti condurrà al FALLIMENTO (il caso Arnold Cafè)?”

  1. Io son stato in un Arnold Caffè. É un po’ come entrare in starbucks.. non era male. Ma a mio modesto parere il modello di business era sbagliato. Non c’è spazio in Italia per questo tipo di business. La gente é troppo attaccata al caffè italiano. Cmq tutto vero quel che dici!
    Ciao 🙂

    1. Io sono stata a Milano in Stazione centrale, e la cosa mi ha scioccato per mancanza di servizio e pulizia (ma naturalmente e’ un esperienza, potrebbe non essere rappresentativa, anche se cosi’ non sembra). “La gente e’ troppo attaccata al cafe’ italiano”: forse gli italiani, soprattutto quelli che vivono in provincia. Nelle grandi citta’ (dove vivono italiani ma anche tantissimi stranieri che vivono e lavorano in Italia) ho l’impressione che le abitudini di consumo stiano un po’ cambiando. Trovo che l’iniziativa di Starbucks di aprire a Milano cambiando il sistema di offerta e adattandolo al gusto italiano sia stata estremamente intelligente, vedremo ora cosa succede a Torino. Grazie per il tuo commento Matteo, molto interessante!

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