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COMPENSO TITOLARE: due errori FATALI da evitare per lavorare sereno (e avere il portafoglio pieno)

da | Mag 5, 2018 | Bilancio e KPI

“Ciao Assunta, ti contatto perché sono confuso.

Ho una piccola azienda e costruisco infissi, lavoro tantissimo, ho orari allucinanti come puoi ben immaginare.

L’incasso non è neanche male…

Solo che pago e pago tutti i giorni fornitori, F24, rate del mutuo, e alla fine non rimane mai niente per me. Ma come è possibile? Io non ci sto capendo più niente… Mi puoi aiutare tu?”  

Antonio non è l’unico, anzi…  

In questo articolo aiuterò Antonio a chiarire una volta per tutte i suoi dubbi, Ma soprattutto ti spiegherò perché alcune cattive abitudini in tema di compenso titolare – che forse stai facendo anche tu – possono metterti in guai seri.  

Una breve premessa

Le cattive abitudini nascono spesso dove c’è tanta confusione.

E sul tema del compenso titolare c’è da sempre una grande confusione, principalmente a causa di un unico motivo.

Nessun imprenditore lavora quanto un impiegato. Anzi.

Scommetto che tu stesso lavori ben più di otto ore al giorno nella tua azienda, e ormai la consideri come fosse la tua seconda casa.

Antonio, per esempio, passa più tempo in azienda che a casa, dove praticamente va solo a dormire.

Gli amici lo vanno a trovare in laboratorio, Antonio fa colazione e pranza lì tra un ordine e un altro e la fidanzata lo va ad aiutare la sera con la contabilità.

Quindi è più che naturale che Antonio veda la sua azienda come un’estensione di casa sua. Antonio non percepisce la distinzione netta tra vita privata, vita sociale, e lavoro.

Esiste il lavoro, all’interno del quale fa i salti mortali per incastrare tutto il resto. In tutto questo Antonio deve anche pensare a come pagare l’affitto di casa, le bollette, se ce la fa esce qualche volta con gli amici..

E quindi ha bisogno di prelevare qualcosa dal conto aziendale, una sorta di compenso…  

Ma quanto prelevare? Come? Nell’incertezza su come muoversi, Antonio potrebbe commettere due gravi errori.

ERRORE 1: Prelevare poco o niente, peggio se in contanti

 Antonio ha appena aperto l’attività, deve ancora ingranare, l’incasso è ancora basso e il conto corrente aziendale langue.  

Antonio decide allora di prelevare il minimo indispensabile, magari dalla cassa, a fine giornata, man mano che gli servono.

20 Euro oggi, prossima settimana 50…

Secondo il bisogno..  

MA…  

Questi prelevamenti in contabilità non vengono registrati (anche perché il commercialista di Antonio tiene la contabilità semplificata, per risparmiare qualcosa…)

Inoltre…

Dalla contabilità di Antonio emerge una perdita. Una perdita nell’ultimo anno, in quello prima, in quello prima ancora.  

Ma allora, se l’attività è in perdita… come fa a vivere Antonio?

Questa domanda prima o poi se la pone l’Agenzia delle Entrate, che convoca Antonio e gli chiede di giustificare il suo stile di vita alla luce del fatto che da anni la sua attività è in perdita, ma comunque riesce a pagare un affitto e a vivere (anche se con poco).

Stai attento. Preciso meglio.

L’Agenzia non gli vieta di spendere per se stesso.

Non gli vieta di percepire un compenso. Non impone ad Antonio di fare la fame.

L’Agenzia si fa una domanda di buon senso.  

Ma se questa attività è in perdita da anni, come puoi tu continuare a campare?”

Gli chiede spiegazioni.

Come fa Antonio a dimostrare che si è limitato a prelevare dal cassetto ciò che gli serviva, giorno per giorno?

In fondo, dalla contabilità non risulta… Beh, è un problema!

Perché l’Agenzia delle Entrate ci mette un attimo a pensare che Antonio ha pagato le sue spese personali grazie a ricavi in nero che ha incassato ma che ha dichiarato. Anche se non è vero!    

ERRORE 2: Prelevare senza alcun limite

Antonio lavora tantissimo, ha sempre i neuroni in azienda, e quando finalmente riesce a rilassarsi non si preoccupa di concedersi qualche spesuccia.

Tanto poi basterà portare gli scontrini e le ricevute al commercialista, e ci pensa lui a sistemare i conti…

Uhm… purtroppo no.

Lo scontrino della spesa, la cena al ristorante con la fidanzata, lo shopping domenicale, la ricevuta dell’albergo sul mare…

Non sono spese che puoi mettere in contabilità e scaricare come costi.

Non è solo un problema fiscale. E’ un problema soprattutto di sostenibilità finanziaria.  

Se l’azienda di Antonio macina anno dopo anno perdite, molto probabilmente la situazione in banca non sarà rosea, giusto?  

Prima o poi i soldi finiscono, e se Antonio non sta attento fornitori e banche potrebbero anche incazzarsi. Tagliargli i fondi. E potrebbero cominciare i problemi seri.

Il “giusto” compenso

 “Insomma, poco non va bene, troppo neanche…Ma Assunta, qual è allora il giusto compenso che posso prelevare?”  

Ci sono diversi criteri che ti aiutano a stabilire un giusto compenso che ti mette al riparo da possibili guai in vista.  

Quello più utile consiste nel calcolare quanto – se Antonio fosse un dipendente e non un imprenditore – dovrebbe guadagnare.

Mi spiego meglio.

Antonio fisicamente elabora gli ordini, organizza il personale, parla con i fornitori… Non solo: fa prepara le carte per il commercialista, va in banca quando il direttore gli chiede un incontro…

Abbiamo fatto una stima, e Antonio nel 2017 ha lavorato una media di 54 ore a settimana, per circa 50 settimane.

Se dovesse assumere una persona che fa il suo stesso lavoro, dovrebbe pagarla, tra stipendio, contributi previdenziali, liquidazione e costi accessori, circa Euro 15 all’ora.

I conti sono presto fatti.

Euro 15/ora x 54 ore/settimana x 50 settimane/anno = Euro 40.500. Euro 40.500 all’anno, che fanno poco più di tremila Euro al mese.  

Quindi, Antonio dovrebbe prelevare mensilmente dal conto corrente aziendale circa tremila Euro al mese, versarli sul conto privato, e solo da quello pagare poi tutte le sue spese private: affitto, bollette, etc…

 E se in banca non ci sono abbastanza soldi?

È un sintomo molto grave, che indica che l’azienda non è strutturata bene, e non genera abbastanza liquidità per pagare (giustamente!) anche il lavoro di Antonio.

Ma questo è un altro problema, di cui parleremo presto. 

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Assunta Incarnato

Consulente in Strategia aziendale
Autrice del libro “Quello che i commercialisti non dicono”
Ideatrice del metodo Business Strategy Plan

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